Prefetto del Dicastero per i Vescovi l’arcivescovo Filippo Iannone nell’ultimo giorno del mese di maggio – festa della Visitazione della Beata Vergine Maria – si è recato a Zagabria per presiedere una Messa solenne in onore della Madonna della Porta di Pietra, patrona della capitale croata, guidando anche la tradizionale processione per il centro della città. Il giorno seguente, ha tenuto una ‘lectio magistralis’ presso l’Università Cattolica Croata, che celebrava il suo ventesimo anniversario. Durante la sua permanenza a Zagabria, il Prefetto del Dicastero per i Vescovi ha rilasciato un’intervista al settimanale cattolico croato »Glas Koncila«.
Può brevemente presentare il Dicastero per i Vescovi, il suo campo di lavoro e il Suo ruolo da Prefetto?
Il Dicastero per i Vescovi si occupa di tutto ciò che concerne la erezione, la vita e le attività delle diocesi e la individuazione dei candidati per l’episcopato da presentare al Papa per la nomina, come pure del ministero dei Vescovi nelle diocesi. Ovviamente, come è sottolineato dalla Costituzione »Praedicate evangelium« di papa Francesco sulla Curia Romana, una delle caratteristiche più rilevanti dell’attività degli organismi che compongono la Curia Romana è quella della interdicasterialità, collaborazione tra i Dicasteri. Quindi anche il Dicastero per i Vescovi nel portare avanti la sua attività collabora con altri Dicasteri, il Dicastero per il Clero, Dicastero per la vita consacrata ed altri.
Ogni Dicastero ha una struttura essenziale: la Plenaria che è composta da tutti i membri del dicastero, che sono di nomina pontificia. L’autorità del Dicastero risiede nella Plenaria dei membri. Questa però è presieduta da un Prefetto, il quale svolge l’attività ordinaria del Dicastero, coadiuvato da un Segretario. Gli indirizzi programmatici e le decisioni più importanti vengono prese dalla Plenaria, che si riunisce periodicamente, composta da membri che provengono da varie parti del mondo. Una delle novità che è stata introdotta da papa Francesco e che è entrata nella normativa, è che i membri dei Dicasteri – e quindi anche del Dicastero per i Vescovi – non sono soltanto vescovi, ma possono essere sacerdoti, religiosi e laici. E quando diciamo laici, non si fa distinzione tra uomini e donne.
In che misura la Plenaria riesce trattare grande quantità dei casi, specialmente legati alle nomine, visto che i Membri – come anche i casi – sono sparsi in tutto il mondo?
Il Dicastero per i Vescovi, come gli altri, si avvale della collaborazione dei Nunzi Apostolici, che ben conoscono la realtà delle Chiese locali.
Prima del Suo incarico attuale è stato prefetto del Dicastero per i testi legislativi. Dal punto di vista di un fedele »medio« tutti e due gli incarichi potrebbero sembrare – come dire? – molto elevati e perciò in qualche modo lontani…
La Curia Romana come tale, e quindi i suoi Dicasteri, è un organismo di aiuto al Papa per l’esercizio del suo ministero petrino. Il Papa come successore di Pietro e vicario di Cristo ha la responsabilità di governo della Chiesa universale. Da solo non potrebbe esercitare il suo ministero e quindi ha bisogno dei collaboratori. Questi collaboratori formano la Curia Romana. Nel corso del tempo la Curia Romana si è sempre più internazionalizzata e per certi aspetti specializzata. Ogni organismo ha una sua competenza peculiare che mette al servizio del Papa perché questi possa decidere.
Oltre questo, è possibile che ogni fedele si rivolga al Papa, o ad un Dicastero. Io ricevo tante lettere da fedeli comuni di tutto il mondo che segnalano dei problemi nella vita in una diocesi. Loro si rivolgono al Dicastero e noi valutiamo se le cose che vengono dette sono fondate o frutto di incomprensioni ecc. E se sono fondate, cerchiamo di adoperarci, ed affrontare il problema per ridare la serenità alla vita della comunità.
Quindi, dall’esterno sembra che i Dicasteri di Roma siano lontani dalla vita delle comunità, ma lavorandoci ci si rende conto di essere al servizio del Papa e delle varie Chiese particolari. Lo stesso vale per i Testi Legislativi: molti fedeli, singoli o in gruppi, ricorrono al Dicastero quando ritengono che certi interventi legislativi dei vescovi nelle diocesi non siano legittimi perché non compatibili con l’ordinamento universale della Chiesa. Anche in questo caso il Dicastero verifica ed eventualmente interviene.
Cosa significa per Lei esser stato nominato dal Papa che era Prefetto dello stesso Dicastero immediatamente prima di Lei?
Una nomina inattesa, emozionante. Poi, credo che tutti ci sentiamo impari rispetto all’attività che ci viene chiesto di svolgere. È così ci si affida all’aiuto del Signore e si va avanti. Inoltre, nessuno di noi è solo, abbiamo tanti collaboratori, tante persone competenti. Io sono subentrato in questa attività al Santo Padre, che ha svolto questo servizio per alcuni anni prima di me. Questo vuol dire che lui stesso ha dato al Dicastero un certo indirizzo e io mi sento favorito, nel senso che continuando nella linea che aveva individuato l’allora Cardinale Prevost come prefetto posso andare avanti più facilmente. Poi c’è periodicamente il confronto tra il Prefetto del Dicastero e il Papa.
C’è un modello, un ideale della vocazione del vescovo che si ha davanti gli occhi quando si sceglie tra i candidati per una Chiesa locale? Ci sono, in questo senso, delle particolarità in questo pontificato?
Il Papa incontra i vescovi individualmente tutti i giorni. Questi incontri sono riservati. Poi incontra gruppi di vescovi. Quando li incontra, il Papa individua delle priorità che oggi si pongono davanti alla Chiesa: la evangelizzazione, la cura del creato ecc. In questo modo suggerisce le priorità da seguire nell’attività pastorale dei vescovi. Altre volte, incontrando i vescovi, vengono anche ribadite da parte del Sommo Pontefice quelle che devono essere le caratteristiche fondamentali per la vita di un vescovo: la cura della vita interiore, la preghiera, l’accoglienza degli altri, la disponibilità alla collaborazione, l’attenzione nei confronti degli ultimi. In questo modo il Santo Padre presenta un modello che ogni vescovo può calare poi nella sua vita, e nelle realtà in cui vive. La figura, il modello essenziale per il vescovo è comunque sempre e in ogni tempo Cristo Buon Pastore.
Non è una novità se constatiamo la tendenza, rinforzata dei nuovi mezzi di comunicazione, degli uomini e donne del nostro tempo di chiudersi in se o in gruppi chiusi in cui tutti pensano come loro. La vita della Chiesa non è immune a questa tendenza. Un vescovo però non si può permettere di chiudersi alla varietà delle persone e delle realtà ecclesiali…
Papa Leone di recente ha incontrato rappresentanti delle associazioni e dei movimenti, ribadendo quello che è il magistero della Chiesa: ogni gruppo, ogni movimento nella Chiesa deve considerarsi non il tutto, ma parte di un corpo che è la comunità diocesana e poi la comunità universale. Quindi non deve essere autoreferenziale, ma deve interagire con gli altri. All’interno della comunità diocesana possono agire persone e gruppi diversi, e questa diversità è una ricchezza se si coniuga con l’attenzione verso l’unità. Se la diversità si chiude in se stessa, diventa un male e fa male alla Chiesa. E colui che deve favorire queste relazioni ed eventualmente correggere quelli che si allontanano da questo modello è il vescovo. Il vescovo è padre di tutta la comunità. La capacità di esserlo è certamente uno dei requisiti più richiesti per un candidato al ministero episcopale.
Sembra che nei tempi recenti si riveli una tensione che in qualche modo si riflette sul ministero del vescovo: il carattere universale e nello stesso tempo locale della Chiesa. Come rispettare le sensibilità locali senza mettere a repentaglio, a lungo termine, l’unità della Chiesa, specialmente se si tiene conto della richiesta, espressa più volte negli ultimi anni, di trasferire maggiori competenze al livello delle Chiese locali?
È una questione che sempre ha attirato l’attenzione della teologia e dei teologi. Il magistero al quale su questo argomento facciamo riferimento è quello del Concilio Vaticano II. Il Concilio Vaticano II ha usato un’espressione che è punto di riferimento: la Chiesa Universale è presente nelle Chiese particolari e viene dalle Chiese particolari. Questo significa che la Chiesa Universale non è la somma delle Chiese particolari, perché è presente in ogni Chiesa particolare. In termini semplici: una Chiesa particolare può dire di essere Chiesa nelle misura in cui è in comunione con le altre Chiese e insieme con le altre Chiese forma la Chiesa di Gesù Cristo. Quando si distacca da questa comunione, cessa di essere la Chiesa di Gesù Cristo, perché la Chiesa di Gesù Cristo – ha detto il Concilio – sussiste nella Chiesa Cattolica che è governata e guidata dal collegio dei vescovi con a capo il Papa.
Oggi, come Lei ha accennato, è molto avvertito il rispetto per le tradizioni locali. Qui possiamo rifarci ad una espressione attribuita a Sant’Agostino che è ancora valido principio. Perché non è un problema di oggi. Se andiamo ad esaminare la storia dei primi secoli della vita della Chiesa, c’è sempre stata questa attenzione, a volte in maniera forte, che ha portato anche a scismi. Secondo Sant’Agostino: »In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas.« Nelle cose essenziali ci deve essere l’unità; nelle cose che sono discutibili, si lasci libertà; però in tutto ci deve essere carità. In quello che è il nucleo essenziale della fede cattolica, della disciplina della Chiesa, in tutto ciò che riguarda l’essenza dei sacramenti, ci deve essere unità. In tutto ciò che può concernere gli aspetti che riguardano il modo di attuare questi principi essenziali, ci può essere diversità. Difatti oggi le conferenze episcopali – nazionali, regionali – hanno un campo di attività che è molto maggiore di quello di cui godevano negli anni precedenti. In tutto ci deve essere comprensione e sostegno reciproco.
L’altra tensione si potrebbe definire come quella tra moderne sensibilità democratiche e il principio gerarchico/sacramentale del »munus« del vescovo. Da una parte la capacità del ascolto e della collaborazione sembra essere un imperativo indiscutibile per un vescovo, ma dall’altra ci sono aree culturali dove la capacità del vescovo di governare la sua porzione del gregge di Dio sembra già essere seriamente compromessa…
Applicare alla Chiesa queste categorie che appartengono al mondo della politica è fuorviante. La Chiesa ha una natura diversa. Però, d’altra parte, anche la Chiesa impara molte cose dal confronto con il mondo in cui opera ed agisce. Oggi si avverte una sensibilità maggiore da parte delle persone di essere protagoniste della vita della comunità. E questo corrisponde anche all’insegnamento della Chiesa. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito: ogni battezzato è responsabile della vita della Chiesa e dell’apostolato. Responsabile significa che un fedele deve assumere delle responsabilità. Ma significa anche che, chi guida in forza del Sacramento dell’Ordine le comunità – deve permettere ai fedeli di esercitare le loro responsabilità. Come esercitano i fedeli questa responsabilità? Attraverso gli organismi che sono previsti. Ci sono consigli pastorali, economici… Secondo il Codice di diritto canonico ogni fedele ha il diritto, anzi in qualche caso il dovere, di far presente ai vescovi quelle che possono essere le proprie aspirazioni, può dare indicazioni, suggerire delle scelte per la vita della comunità. In questo ambito siamo tutti in cammino e tutti abbiamo necessità di crescere.
In seguito della conferma/nomina di papa Leone, tre donne sono membri del suo Dicastero. È ancora una novità, sebbene introdotta da papa Francesco ormai nel 2022. Quindi si può parlare già di una certa esperienza. Come valuterebbe questa esperienza? E perché è importante che nel lavoro di questo specifico Dicastero siano coinvolte anche donne?
Sono pochi mesi che presiedo questo Dicastero, ma ho avuto personalmente l’occasione di sperimentare il contributo che queste donne – due religiose e una laica – offrono al lavoro del Dicastero. È un contributo molto apprezzato e importante, perché le donne hanno anche un modo diverso di approcciare le situazioni, di valutare… hanno sensibilità diverse e questo risulta essere di grande aiuto per il tipo di lavoro che si deve fare, cioè l’individuazione di candidati per l’episcopato. Vorrei però sottolineare che la consultazione anche delle donne non è novità assoluta. Anche i nunzi quando portano avanti le indagini per la individuazione di candidati all’ufficio di vescovo, non consultano e non devono consultare soltanto i vescovi, ma coinvolgono anche altri membri del popolo di Dio, ovviamente rispettando sempre il segreto pontificio, il cui scopo è la tutela della buona fama delle persone.
Un paio di anni fa, quando la crisi degli abusi era molto sentita, qualcuno dalla (allora) Congregazione dei vescovi ha detto che sempre di più vi erano sacerdoti scelti per i vescovi che però non si sentivano in grado di accettare la nomina. C’è ancora questo fenomeno?
Si, prima ne avevo sentito parlare, oggi posso dire che lo sperimento. Non direi che è soltanto conseguenza della questione degli abusi. Direi piuttosto che generalmente sono cresciute le responsabilità a carico di un vescovo ed effettivamente alcuni sacerdoti non si sentono preparati ad affrontare queste responsabilità. La vita è diventata molto più complessa: la vita delle diocesi, la vita e il ministero dei sacerdoti di cui un vescovo è responsabile, la mancanza delle vocazioni… Forse esercitare questo ministero non era facile neanche nel passato, ma noi viviamo oggi e valutiamo la situazione d’oggi. Non abbiamo dati precisi per poter fare paragoni. Ma che ci siano sacerdoti che non accettano, è un fatto.
Vuol dire che è un pregiudizio che essere vescovo sia (soltanto) un alto »onore«, un pregiudizio sempre meno sostenibile?
A volte si riflette poco sul fatto che anche il vescovo e un essere umano, ha i suoi limiti, come ognuno di noi. Anche un vescovo può avere momenti di scoraggiamento, di difficoltà relazionali. Quindi, quando la liturgia ci invita a pregare per i vescovi e per i sacerdoti, dovremmo farlo con maggiore convinzione, perché hanno bisogno di essere sostenuti. Se uno sbaglia o ha posizioni che sono opinabili, è legittimo che venga criticato, però non dobbiamo fermarci solo alla critica, ma dobbiamo essere disponibili ad aiutare e soprattutto a pregare per i vescovi.
E questo la sinodalità?
Sinodalità non è una rivendicazione, non deve essere intesa come rivendicazione (polaganje prava; borba za prava). Ci sono delle componenti del Popolo di Dio che vogliono affermare il loro diritto ad esprimersi. Questo è assodato, ed è già previsto nel Codice. Sinodalità significa anche sentirsi parte di un tutto e farsene carico. Non è soltanto il vescovo che deve portare il peso della diocesi. Tutti fedeli si devono sentire gravati da questo peso. Certamente, più uno vive la fede e partecipa alla vita della comunità, più conta la sua voce, perché non parla dall’esterno e quindi in modo superficiale, ma dal di dentro.
Se ha qualche impressione sulla Chiesa in Croazia…
La Croazia la conosco tramite alcuni vescovi e alcuni sacerdoti che ho incontrato durante il mio servizio. È la prima volta che sono in Croazia. Credo che qui ci sia una Chiesa che, dopo gli anni di sofferenza che ha vissuto nel passato, sta facendo un fecondo cammino per favorire la crescita delle comunità e la corresponsabilità dei fedeli. Credo che questo porterà grandi benefici. Vedo, almeno qui a Zagabria, che ci sono molte vocazioni e questo favorisce la vitalità della Chiesa e delle sue comunità.

















